Capitolo 2
La Solitudine Intellettuale
La Solitudine, una nemesi umana perenne, anzi immemorabile. La prima cosa che Dio ha definito ‘non buona’.
La triste, tristissima verità su noi esseri umani è che ora ci sono più umani con meno essere che mai. La solitudine, seppur nella sua pura antichità, seppur nella sua familiarità, maschera la sua insidiosa capacità di essere disintegrazione individuale e sociale. Nonostante sia confusa e nascosta da fenomeni familiari e affini, come noia, depressione, rabbia, invidia, alienazione, la solitudine è identificata come il malessere più devastante dell’epoca. Madre Teresa di Calcutta l’ha definita categoricamente come il problema dei tempi moderni anche se inconscio. Molte le forme di solitudine, una classificazione lunga sia concettualmente sia esperienzialmente: metafisica, comunicativa, etica, esistenziale, emotiva, sociale, culturale. Una divisione non esaustiva né esclusiva. A dimostrazione, esiste una solitudine che definirei ‘l’assenza della presenza dell’altro’, dell’altro desiderato che crea una mancanza o una perdita all’interno del sé solitario e che porta a quel sentimento di vuoto, alla carenza di qualcosa dentro di sé, ma non è di questa solitudine che voglio ‘narrare’. Vorrei soffermarmi su un tipo di solitudine che, magari con un approccio non stereotipato, proporrei definita ‘intellettuale, morale, mentale’, e non la limiterei al vocabolo ‘etica’ - comportamento dell’uomo di fronte ai concetti di bene e male - anche nel suo significato più estensivo, in quanto vorrei addentrarmi nel dettaglio, cosa a me cara, spezzando il classico capello sino all’invisibile. La solitudine consiste in un complesso di emozioni negative e negazioni avvertite del proprio essere. Rispetto al primo tipo di solitudine quella di cui vorrei occuparmi presenta il suo sofferente come una nullità priva di valore intrinseco. Tale sensibilità di intrinseca inutilità come essere umano deve essere distinta dal senso di solitudine di cui accennavo prima ‘l’assenza della presenza dell’altro’, è una solitudine questa in cui ci si sente privi di valore a causa di fonti esterne, siano esse attribuite al rispetto, alla stima conseguita o altro. In ogni caso, l’individuo solo si sente come un nessuno o almeno, come un nessuno speciale, un nessuno importante. [Un concetto importante ed utile per comprendere tutto il libro.]
Una solitudine questa che viene vissuta come un desiderio di ciò che ci si aspetta, di ciò che si vuole e lo si anticipa implicitamente, intimamente, come legittimamente appartenente a se stessi in quanto essere umano: la realizzazione della propria socialità. La solitudine, così tradotta, diviene l’annullamento o invalidazione della propria esistenza. Da un punto di vista fisico il dolore opprimente e lancinante che la solitudine in senso lato crea non risparmia nessuna parte del proprio corpo sebbene tali sintomi possano essere avvertiti soprattutto nella testa, nel petto e nello stomaco. Il dolore della solitudine di cui narro amplia i segnali, annette anche la fatica e la stanchezza che sono le sue componenti abituali e per quanto riguarda le sue emozioni negative, siffatta solitudine comporta non solo i sintomi contenuti nel sentimento e attribuzioni di autocontrollo, ma aggiunge tristezza, timidezza, vergogna, senso di colpa, ansia, frustrazione, angoscia e disperazione. In termini di motivazione e comportamento la stessa può da un lato intorpidire e paralizzare fino a un punto di pura passività; d’altra parte, può spingere la persona in uno stato di panico. Inoltre se la solitudine non viene affrontata, cioè se viene negata piuttosto che vissuta, analizzata e accettata, i sentimenti di rabbia e rancore possono peggiorare e fomentare ostilità, aggressività e violenza. Secondo Honoré de Balzac [scrittore, drammaturgo, critico letterario, saggista e giornalista. [1799 - 1850] di tutte le varietà di solitudine, la solitudine etica è la più terrificante. Come inteso qui, la solitudine etica include la solitudine insita nella libertà, nella scelta e nella responsabilità così come nella formazione del valore, nell’attuazione e nell’impegno. Da qui la mia personale traduzione in ‘intellettuale, morale, mentale’. Parimenti esiste solitudine positiva, una solitudine sapiente ed essenziale che non esprime esteriorità, mode effimere, contrapposto interpreta riflessione, silenzio ed introspezione. Una ‘solitudine’ a sottrazione dal rumore dell’Anima, un momento di grande formazione ... un’altra cosa rispetto a quella evidenziata sino ad ora. [Dal libro ‘2018: La Vita, lo Sport e il suo Stercus’]
Sperando di aver delineato il punto astratto, essendo ‘un sentito, avvertito’ da cui parte il pensiero del mio scrivere, mi addentro nei capitoli ma con occhio sempre attento al concetto di solitudine intellettuale a cui assegno un’ interpretazione forse soggettiva ma rilevante se presa per vera e trasportata nella morale dei capitoli.